Quel mondo classico che svela l’inganno nascosto nelle parole

di Ivano Dionigi, tratto da “La Repubblica” (23 gennaio 2017)

Novum per i classici era sempre qualcosa di dirompente e traumatico: “nova” la terra che gli Argonauti cercavano con la loro spedizione sacrilega; “novus” l’uomo che per primo nella propria famiglia ricopriva una magistratura; “nova” la religione cristiana che in nome della fede interiore rifiutava i riti esteriori della “religio civilis”. Quale è il nostro “novum”? Non quello che campeggia su copertine e classifiche; non quello delle periodiche proposte politiche che non riescono a interessare né giovani né vecchi; non quello dell’amministrazione della cosa pubblica esibita, più che gestita, a colpi di “like”; non quello della gridata e nominalistica discontinuità; e neppure quello della improvvisata originalità, che, come dice Berenson, «è propria degli incapaci». Queste sono novità che alimentano la cronaca, non il nuovo che fa la storia.
Novum è ben altro: è ciò che imprevedibilmente e irreversibilmente segna il destino individuale e collettivo. E se non siamo vigili, lo vediamo non in faccia, ma di spalle, quando se n’è già andato.
Il novum possiamo coglierlo nell’avvento ormai conclamato di due “barbari”, nelle due rivoluzioni che rischiano di mettere in ginocchio il vecchio ordine politico, economico, etico. La rivoluzione sociale, ovvero l’arrivo di nuovi popoli in cerca di quella giustizia che noi abbiamo rimosso dal nostro lessico.

La rivoluzione tecnologica, ovvero l’impero dei media digitali, che porta con sé inedite possibilità ma anche altrettante domande. Questo passaggio dall’analogico al digitale ha segnato – paradossale contrappasso – un salto dalla socialità del noi alla solitudine dell’io.
Per conoscere questo novum abbiamo bisogno di politica e di cultura, di statisti (perché diciamo leader?) e di maestri. Figure fuori moda che preferiscono la verità alla consolazione.

La Sala Macchina degli Dei: la Centrale Termoelettrica Montemartini (Roma)

Nel Protagora di Platone leggiamo che gli uomini morivano perché si facevano la guerra, perché «conoscevano soltanto la tecnica (demiourgiké téchne) ma non l’arte della politica (politiké téchne)», la sola che può salvare la vita degli uomini. Cicerone, facendo l’esegesi di quel mito platonico, esalta la parola politica per eccellenza: res publica, “la cosa di tutti”; in opposizione alla res privata, “la cosa del singolo”. Grazie al governo della res publica, il civis – leggiamo nel Sogno di Scipione – si assicura «un posto riservato in cielo». Perché la politica è la responsabilità più nobile. Messaggio pressoché incomprensibile per noi, arrendevoli al linguaggio sin troppo facile e contronatura dell’antipolitica. Contronatura: perché noi “animali politici” siamo destinati a edificare la polis, e, dice Aristotele, «chi vive fuori dalla comunità civile è o bestia o dio».

L’università, una delle istituzioni più prestigiose e più credibili del Paese, ha oggi una responsabilità non riducibile a codificata ed esangue mission. Noi professori siamo chiamati a professare (profiteri) l’etica della competenza e l’etica del rigore intellettuale e morale, che non si concilia con la doxa rumorosa, la chiacchiera imperante, il facile consenso.

Due i compiti tra i principali e più urgenti. In primo luogo quello di ricordare la bellezza, la prerogativa e il potere della parola: quel logos che ci distingue dagli animali (a-loga) e che, nella relazione con l’altro, si fa ponte: dia-logos appunto. Oggi la parola rischia di non esserci amica: ridotta a strumento, slogan, merce, finisce per assumere una sciagurata autonomia dalla realtà e di logorarsi in una crisi di entropia. Come lamentava Frontone, un oratore del II sec. d.C., ci accontentiamo delle parole che troviamo «per via»: le parole «ovvie » (obvia).

Abbiamo bisogno di una ecologia linguistica, che segni la differenza tra “vocaboli” e “parole”; abbiamo bisogno di una pentecoste laica. Perdura l’eco del lamento di Sallustio: «Abbiamo smarrito i veri nomi delle cose»; e ci suona sinistramente familiare l’atto di accusa di un personaggio dell’Agricola di Tacito contro la voracità imperialistica dei Romani: «Il depredare, il massacrare e il rapinare con falsi nomi li chiamano “impero” (imperium), e dove fanno il deserto lo chiamano “pace” (pax) ». Uso mai dismesso quello di creare neologismi che sottendono false equivalenze e usi mistificati: pensiamo ai nostri “flessibilità” per disoccupazione, “economia sommersa” per lavoro nero, “guerra preventiva” per aggressione. La stessa parola “trasparenza” nella sua ipertrofia regolamentare non è forse il sintomo di quella cattiva coscienza che s’illude di creare la virtù per decreto?

Nel tempo della retorica totale – dove i colpi di Stato si fanno a suon di parole prima ancora che di armi –, la vera tragedia è che i padroni del linguaggio mandino in esilio i cittadini della parola. In questa prospettiva la filo-logia, «la cura e l’amore per la parola», trascende il significato di disciplina specialistica e si eleva a impegno severo e nobile di ogni uomo che non intenda né censurare né censurarsi. Altro compito dell’università: promuovere un’alleanza tra humanities e tecnologie. A chi sostiene che la scienza e le tecnologie sono destinate a scalzare le humanities e che i problemi del mondo si risolvono unicamente in termini ingegneristici e orientati al futuro, si dovrà replicare che, se la scienza e le tecnologie hanno l’onere dell’ars respondendi, della risposta ai problemi del momento, il sapere umanistico ha l’onere dell’ars interrogandi, della domanda. Arte più difficile e decisiva, perché ha la responsabilità di ricapitolare e interpellare gli snodi del pensiero: vale ricordare che il paradigma della dimenticanza, che alimenta la tecnica, non può escludere quello della memoria che alimenta le idee; che la cultura deve governare la politica, l’economia e la tecnica; che l’oblio del passato e l’affidamento esclusivo agli algoritmi ci consegnano alla monocultura iper e microspecialistica, quando non addirittura a una sorta di monoteismo tecnologico; che alla scuola spetta formare cittadini digitali consapevoli, come ha fatto con i cittadini agricoli, industriali, elettronici. Ricordare col Petrarca che la condizione dell’uomo europeo è quella di «rivolgere lo sguardo contemporaneamente avanti e indietro» (simul ante retroque prospiciens); che la verità si sottrae al presente e si tende tra “il già” e “il non ancora”; che tramite, memoria, eredità di ieri sono punti di riferimento indispensabili per conoscere e riconoscere i “barbari” di oggi. Proprio i classici possono soccorrerci e aprirci il tempio del tempo: perché – come ha ricordato Umberto Eco – ci allungano la vita; perché – come ci ha illuminati Osip Mandel’stam– il classico deve essere sentito non come ciò che è già stato ma «ciò che ancora deve essere». Perché i classici, al pari della scienza e della tecnologia, hanno il futuro nel sangue.

[© La Repubblica, 2017]

Ubi fera sunt

Introducendo la sua traduzione del “Rebilius Cruso”, Francis William Newman scriveva che più l’insegnamento del latino si era fatto scientifico meno era diventato efficace, avendo parcellizzato il corpus letterario in una miriade di frasi di utilità puramente didattica. Poi, ovvio, c’era anche il problema del tenore dei testi proposti agli scolari: storiografia classica, descrizioni etnografiche di nulla utilità, favole e apologhi morali piuttosto frusti. Di qui l’idea di tradurre in latino un romanzo uscito alla fine del secolo precedente ma ancora di grande attualità, un’opera indubbiamente affascinante, nella quale gli alunni potessero immergersi.

Era il 1884, il mondo andava a passo di lumaca e il “Rebilius Cruso” altro non era che il “Robinson Crusoe” di Daniel Defoe (1717).

Newman era convinto che “nessuna lettura di piccole parti di testo, per quanto scrupolosa, sarà mai efficace come una lettura più estensiva. E per rendere attraenti ai più letture di una certa lunghezza lo stile dovrà essere semplice e il contenuto affascinante“. Da allora questa convinzione non è mai venuta meno se anche oggi possiamo, volendo, leggerci comodamente tradotti in latino “Maria Poppina“, “Alicia in terra mirabili“, “Michael Musculus et lapis sapientiae” e perfino “Harrius Potter et philosophi lapis“. La traduzione di opere moderne o addirittura contemporanee di grande successo, specie tra i più giovani, si è anzi andata

intensificando con l’inizio del nuovo millennio, complice forse la tecnologia digitale e un certo fascino carbonaro che il latino esercita sui giovani, sicuramente più nei paesi anglosassoni che in Italia.

Molte di queste opere, per la brevità dei testi e la presenza di illustrazioni, sono fumetti o storie per bambini: esistono tradotti in latino quasi tutti gli albi di Asterix, alcuni fumetti Disney e alcune antologie di strisce di Charlie Brown (“Linus de vita”, “Philosophia secundum Snupium”), l’opera omnia di Beatrix Potter e il bellissimo “Ubi fera sunt”, il capolavoro di Maurice Sendak. Esiste una pagina di Wikipedia che indicizza tutte le edizioni latine, citando traduttore e anno di pubblicazione.

Tornando alla prefazione del “Rebilius”, Newman si diceva convinto che si potesse attingere al vastissimo lessico dei classici latini anche per un’impresa come la sua. Altri termini gli venivano da una traduzione precedente, di un altro eminente studioso, che aveva sdoganato (per sempre immagino) la parola “ignipulta” per gun/moschetto (modellata su “catapulta”), “canones” per cannons/cannoni e “pistola” per – appunto – pistol/pistola. Se siete curiosi di vedere come può suonare un testo più moderno, ecco l’incipit di “Harrius Potter et philosophi lapis”:

Chiudendo la sua prefazione, Newman immaginava in futuro l’esistenza di una lingua universale del sapere. Facendo notare che il latino, grazie alla cristianità, era ancora studiato in Italia, Inghilterra, Francia, Germania, Spagna, Ungheria egli sembrava volerlo candidare a tale ruolo. Ma era abbastanza realistico da ammettere la possibilità che un giorno il latino potesse essere espulso dalle scuole. Chissà, magari il latino uscirà dalle scuole ed entrerà stabilmente in libreria, su di un piccolo scaffale della sezione “narrativa in lingua morta”. I lettori, si sa, sono persone bizzarre.

Amore mio antico

Non è stato amore a prima vista. Piuttosto, un sentimento cresciuto col tempo, temprato dalle difficoltà, corrisposto solo in età adulta. In terza media il latino era più che altro uno scioglilingua costruito sulla parola rosa, o sulla parola lupus. Poi venne il liceo e il latino si tramutò in una dura palestra per la mia memoria, dote di cui scarseggio. All’università trova finalmente il mio ambiente e iniziai a guardare al latino con occhi diversi. Gli occhi dell’amore.

Il mio primo incontro con il latino è avvenuto in terza media, quando l’istituto Leonardo Da Vinci decise di attivare un corso propedeutico agli studi liceali, che dopo la licenza media avrei senz’altro intrapreso per avere una concreta chance di promozione sociale. Si trattava di un paio d’ore a settimana, di pomeriggio, c’era un piccolo testo da comprare che (come ogni grammatica latina) alternava in maniera fastidiosa il testo in corpo normale al testo in corsivo, con deliranti accenni di grassetto qui e là. Non ricordo che viso avesse l’insegnante (sospetto fosse la mia insegnante di lettere) né quanti fossimo (uno sparuto drappello, immagino). Ricordo bene il silenzio polveroso di quella grande scuola durante quei pomeriggi di primavera del 1992, il vuoto attonito del lungo corridoio dell’alto soffitto che ci accoglieva fuori dall’orario consueto. Ricordo appena un paio di quegli apprendisti latinisti, perché entrambi (un ragazzo e una ragazza) erano in classe con me. Il ragazzo era nato un giorno prima (o forse dopo) di me, e le nostre madri erano state compagne di stanza in ospedale. Adesso fa il farmacista, ma prima credo avesse fatto il classico, che in quanto a promozione sociale prometteva molto di più.

Comunque. In terza media il latino era più che altro uno scioglilingua costruito sulla parola rosa, o sulla parola lupus. Nonostante traducessimo frasi estratte dalle favole di Esopo, il latino mi intrigò. Normale, se sei un fanatico dei romanzi fantasy di Terry Brooks, un drogato giochi di ruolo (che allora significava quasi solo Dungeons & Dragons) e un giovane esploratore. In questo quadro non certo esaltante, il latino si inseriva con una coerenza tutta sua, una consonanza che aveva il suo (oscuro, ostico, tenebroso) fascino. Rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa. Se si era disposti a passare sopra l’aulentissima rosa, sopra le espressioni latine innestate nell’italiano (allora ancora piuttosto usate), sopra le facili storpiature a scopo comico e il latinorum di don Abbondio, la lingua di Cicerone e di Curzio Rufo (nome degno di Harry Potter) proveniva da abbastanza lontano e restava sufficientemente altra dall’italiano, suonava così desueto ed esoterico da imporsi alla mia attenzione. Con un piccolo sforzo di immaginazione, poteva anche essere la lingua perduta degli elfi, no?

Poi venne il liceo, le interrogazioni alla lavagna, le versioni scritte, il pesante dizionario che non potevi nemmeno permetterti di scordarti sul muretto dietro la scuola perché era troppo ingombrante e – soprattutto – troppo costoso; venne l’ablativo assoluto, la perifrastica attiva e passiva, le mille regole erose da decine di eccezioni. Furono anni di passione, vissuti sempre in salita. Benché la grammatica, come tutti i sistemi normativi astratti, mi attirasse, le eccezioni mi frustravano all’inverosimile. Il latino si tramutò in una dura palestra per la mia memoria, dote di cui scarseggio. Nonostante questo, complice un certo agonismo (ho in mente due o tre nomi, oggi ingegneri e analisti finanziari affermati), riuscii a tagliare il traguardo del diploma con un otto abbondante. Voto che tuttora mi rende fiero, visto che non posso fare a meno di accostarlo al sonoro quattro e mezzo della prima versione di prima, con buona pace dell’insegnante del corso propedeutico che io e il farmacista frequentammo in terza media.

L’università dischiuse le porte di una specie di camera dei segreti. Lungo via Zamboni parlavamo tutti la stessa lingua (anche i giuristi della porta accanto, in fondo), e non eravamo continuamente distratti da equazioni matematiche, interrogazioni di inglese o partitelle di calcetto. L’approccio filologico cambiò per sempre la mia prospettiva sulla lingua, qualunque lingua: non più solo uno strumento (per lo più innato, e quindi inconsapevole), ma essa stessa un ecosistema da studiare, un bestiario che non possiamo fare a meno di rievocare, citandolo ogni volta che canticchiamo sotto la doccia o scriviamo un’email di lavoro. L’etimologia, coi significati che uscivano l’uno dall’altro come da tante scatole cinesi, annullava il tempo nello spazio di una sola riga di dizionario; d’intesa con la linguistica comparativa stabiliva parentele sorprendenti, evocava decide di lingue scomparse e le rappresentava come le ramificazioni di un fiume che incappa in un terreno paludoso, quasi carsico. La scoperta dell’esistenza dell’indoeuropeo fu un terremoto: benché solo ipotizzata, questa antica lingua madre spostò il baricentro dell’occidente verso sud-est. Metà delle lingue del mondo venivano dallo stesso luogo, e noi che le parliamo insieme esse, quasi più portati da esse che suoi portatori.

Ristudiai la grammatica latina da capo, prestando più attenzione alle motivazioni storiche o psicolinguistiche delle regole più difficili da memorizzare, cercando di fare mia (scusate il latinismo) la forma mentis che sta dietro il latino, il sistema di pensiero che lo ha sostenuto per secoli, apprezzando il sensibile contributo che (come promesso) sembrava dare al mio modo di ragionare (e che tuttora trovo difficile da spiegare). L’esame scritto andò bene; ma distratto da altre faccende tenni gli orali per ultimi, gli ultimi due esami della mia carriera universitaria: il mostro finale, la bestia a due teste che brutta non era e che parlava la lingua degli elfi, ma che non per questo mi avrebbe lasciato passare senza combattere. All’ultimo esame, l’assistente mi aprì davanti la Germania di Tacito e mise un foglio sul testo italiano a fronte. Definì la mia traduzione eccellente e iniziò a farmi domande di storia della letteratura. Era tutta un sorriso (nella testa doveva ancora risuonarle la prosa ardita di Tacito) e io ero provato dal corpo a corpo con Tacito, e sudato (era luglio). Dovetti disilluderla: avevo inteso (erroneamente, come avevo scoperto in anticamera) che le due parti d’esame (grammatica e letteratura) potessero essere scisse in due interrogazioni e glielo feci presente, dicendomi disposto a tornare. Ma l’assistente continuò a sorridere e continuò con le domande, costringendomi a una penosa arrampicata libera su specchio. Alla fine scrollò le spalle (fanculo i neoteroi e l’età ciceroniana, sembrò voler dire): Tacito mi aveva salvato. Scrisse ventinove su un ritaglio di carta e mi spedì dal cattedratico, il quale mi sbirciò appena da sopra gli occhiali. Poi, accingendosi a firmare il libretto, notò che era pieno zeppo di voti e di firme e si mise a contare. “Vada via”, disse alla fine. “E’ libero”.

Quell’esame fu come un fidanzamento. Amavo il latino e il latino (finalmente) ricambiava il mio amore. Ma la guerra incombeva. C’era la tesi in sociologia della letteratura da completare: su testi recentissimi, sui quali non era ancora stato scritto quasi nulla, romanzi stile libero imbastarditi dalla lingua della pubblicità, della tecnologia e dei cartoni animati, col gusto pulp dei film di Tarantino e il superbo incedere anacolutico di Aldo Nove e Paolo Nori. E poi c’era da studiare l’inglese e non importava che lavorassi già da cinque anni: c’era da trovare un lavoro, un lavoro serio. Senza dimenticare l’antica promessa di promozione sociale del liceo: evidentemente dovevo darle una mano. Fu come salutarsi sotto la pensilina di una stazione, col convoglio militare già in movimento. Io che parto per il fronte e il latino che resta, agonizzante, sul binario.

Una cosa inutile e imprescindibile che ho ricominciato a fare

Lo scorso inverno, riordinando alcuni documenti, mi è capitato tra le mani un foglio contenente il riepilogo dei miei esami universitari. Elencati sinteticamente c’erano tutti i corsi frequentati e il relativo voto (non la data della prova, peccato). E’ stato come essere buttati in piscina a tradimento. La prima cosa che ho pensato è stata: cielo, quanto tempo sprecato! Ho messo il foglio da parte e sono passato ad altro. Tempo un minuto e mi sono (mentalmente) schiaffeggiato da solo. Tempo perso? Sul serio ero disposto a credere che quello fosse stato tempo sprecato? Il tempo che attualmente passo scorrendo i feed di Instagram e di Facebook, quello sì che può essere (per un buon 80%) considerato sprecato, non certo gli anni della mia giovinezza che quello scarno elenco di voti espressi in trentesimi compendiava.

Mi sono iscritto all’università di Bologna nel 1997. Lettere moderne, indirizzo filologico. Via Zamboni era un dormitorio a cielo aperto: punkabbestia, barboni, giramondo, tutti immancabilmente muniti di cane. Arrivando presto la mattina, camminando sotto i portici capitava di dover scavalcare qualche sacco a pelo. Qualcuno vendeva biciclette ancora legate con catena e lucchetto: stazionava accanto al mezzo e ti chiedeva se lo volevi comprare. In pratica si faceva pagare per scassinare una serratura. Il resto erano affari tuoi. Non vivendo a Bologna, andavo e tornavo ogni giorno coi mezzi: quattro treni in tutto, quasi tre ore di viaggio al giorno in balia delle ferrovie dello stato modalità interregionale. Per fortuna le mie sostanze durarono un anno. Alla fine del 1998 già lavoravo come commesso in un supermercato dove venivo apostrofato con la parola “capo” dai clienti fissi, indossavo un camice che a inizio turno era bianco e a fine turno grigio e tutto ciò di cui avevo bisogno per fare il mio lavoro era un taglierino di plastica.

Mi sono laureato il 15 marzo del 2005, nel 2049° anniversario delle famigerate, cesarcide idi romane. A quell’epoca lavoravo da un anno. Lavoravo sul serio, intendo. Non che nei sei anni precedenti fossi stato con le mani in mano, certo: dopo il supermercato avevo fatto il fotografo di matrimoni, il redattore di una piccola rivista cattolica e il grafico. Senza dimenticare gli esami rubricati nella lista di cui sopra. La cui media, sommata al punteggio della tesi con una formula che per qualche giorno mi aveva tormentato per la sua inutile astrusità, mi era valsa un bel 110 e lode all’esame di laurea.

Quel giorno dello scorso inverno, scorrendo gli esami mi sono detto che sì, forse, tra tutti i corsi che avevo frequentato (inclusa geografia umana) quello di latino sì, quelle erano state davvero ore sprecate. Per non parlare del corso di didattica del latino o del seminario di epigrafia romana. Forse avrei fatto meglio a spendere tutto quel tempo studiando inglese, viaggiando in paesi anglofoni (e con quali soldi, poi?), andandomi a cercare un lavoro (e magari una ragazza) in paesi anglofoni remoti e assolati (l’Australia, per capirci). Dopotutto nella vita di ogni giorno l’inglese è indubbiamente più utile del latino, specie nell’era di internet. Eppure, se devo essere onesto, quello che più spesso mi capita nella vita di tutti i giorni è sentir risuonare, per una buona metà delle parole che ascolto, l’eco del rispettivo antenato latino. E questo anche per molte parole inglesi di cui sembriamo non poter fare a meno, come computer (da computāre) o monitor (da monēre) o wetransfer (dato che transfer deriva da transfēro). E questo non c’entra nulla con le aride parentele stabilite dai linguisti. C’entra con l’amore, quel sentimento vietato che, durante gli anni dell’università, è cresciuto dentro di me per la lingua dei Latini.

Più o meno nello stesso periodo ho leggiucchiato piuttosto distrattamente l’ultimo libro di Ivano Dionigi, ex rettore dell’Università di Bologna e insigne latinista. Il libro, intitolato “Il presente non basta”, racconta con passione e competenze infinite “la triplice dimensione – o meglio la triplice eredità – di cui il latino ci mette a parte: il primato della parola, la centralità del tempo, la nobiltà della politica”. Niente di meno. A dire il vero, nonostante la passione di Dionigi e la profondità delle sue riflessioni, è soprattutto con distacco che ho letto il suo libro: in fondo trattava un argomento che sì conoscevo bene ma che non mi riguardava più, un capitolo della mia vita chiuso per sempre.

Tempo un mese e in libreria mi sono trovato faccia a faccia con un altro saggio del medesimo tenore: “Viva il latino. Storie e bellezza di una lingua inutile”, di Nicola Gardini, insegnante e traduttore. Nel libro (di un certo successo, pare) Gardini intreccia ricordi, ritratti di autori classici, analisi letteraria, linguistica e semantica, scrivendo un canto d’amore per una lingua inutile ma subdolamente affascinante e forse addirittura necessaria: alla buona scrittura, al buon pensare, al nobile sentire, al retto agire.

L’idea pericolosa che mi hanno acceso queste letture, ora che posso permettermi di guardarla in faccia, è che, in una vita piena di cose inutili e imprescindibili (i social network, i videogiochi, il soft-air, i corsi di cucina vegana, il sudoku, il birdwatching, il down-hill, il modellismo, la bigiotteria fai da te), il latino poteva ancora essere una tra le più intelligenti, edificanti, divertenti, inutili e imprescindibili cose da fare nel tempo libero. Ecco, come sospettavo, il batterio senza nome nascosto tra le pagine di Dionigi.

E così ho capitolato. Ho riaperto una vecchia grammatica dei tempi dell’università e ho rimesso mano al pesante dizionario acquistato (per una cifra esorbitante) in prima liceo (adesso in realtà ne utilizzo una versione online). E la cosa, sarò sincero, mi sta piacendo. Parecchio.

Ho scoperto che per tutti questi anni mi è mancato: quel mondo di battaglie in campo aperto e ambasciate, di divinazioni ed eserciti in marcia, di episodi mitologici e descrizioni di costumi barbari, di sacrificio personale e sconsiderati atti di valore, il tutto narrato con grande parsimonia linguistica, per subordinate implicite e arditi incastri sintattici, con chirurgica precisione lessicale e una fine sensibilità per i significati non indubitabilmente veri, nell’immediato o in eterno.

Non so quanto ci metterò a stancarmi di Svetonio, Cicerone, Tacito e Curzio Rufo ma una cosa la so per certa: tutto il tempo della mia giovinezza speso studiando latino non è affatto andato sprecato. Non proverò a spiegarvi perché; no, non ho paura di essere preso per matto, né credo che non possiate capire, ovviamente. E’ solo che latinisti del calibro di Dionigi e Gardini l’hanno già fatto, in modi mille volte migliori di quanto potrei fare io. Sappiate solo che sottoscrivo ognuna delle appassionate parole che hanno dedicato a questa lingua inutile.