Amore mio antico

Non è stato amore a prima vista. Piuttosto, un sentimento cresciuto col tempo, temprato dalle difficoltà, corrisposto solo in età adulta. In terza media il latino era più che altro uno scioglilingua costruito sulla parola rosa, o sulla parola lupus. Poi venne il liceo e il latino si tramutò in una dura palestra per la mia memoria, dote di cui scarseggio. All’università trova finalmente il mio ambiente e iniziai a guardare al latino con occhi diversi. Gli occhi dell’amore.

Il mio primo incontro con il latino è avvenuto in terza media, quando l’istituto Leonardo Da Vinci decise di attivare un corso propedeutico agli studi liceali, che dopo la licenza media avrei senz’altro intrapreso per avere una concreta chance di promozione sociale. Si trattava di un paio d’ore a settimana, di pomeriggio, c’era un piccolo testo da comprare che (come ogni grammatica latina) alternava in maniera fastidiosa il testo in corpo normale al testo in corsivo, con deliranti accenni di grassetto qui e là. Non ricordo che viso avesse l’insegnante (sospetto fosse la mia insegnante di lettere) né quanti fossimo (uno sparuto drappello, immagino). Ricordo bene il silenzio polveroso di quella grande scuola durante quei pomeriggi di primavera del 1992, il vuoto attonito del lungo corridoio dell’alto soffitto che ci accoglieva fuori dall’orario consueto. Ricordo appena un paio di quegli apprendisti latinisti, perché entrambi (un ragazzo e una ragazza) erano in classe con me. Il ragazzo era nato un giorno prima (o forse dopo) di me, e le nostre madri erano state compagne di stanza in ospedale. Adesso fa il farmacista, ma prima credo avesse fatto il classico, che in quanto a promozione sociale prometteva molto di più.

Comunque. In terza media il latino era più che altro uno scioglilingua costruito sulla parola rosa, o sulla parola lupus. Nonostante traducessimo frasi estratte dalle favole di Esopo, il latino mi intrigò. Normale, se sei un fanatico dei romanzi fantasy di Terry Brooks, un drogato giochi di ruolo (che allora significava quasi solo Dungeons & Dragons) e un giovane esploratore. In questo quadro non certo esaltante, il latino si inseriva con una coerenza tutta sua, una consonanza che aveva il suo (oscuro, ostico, tenebroso) fascino. Rosa, rosae, rosae, rosam, rosa, rosa. Se si era disposti a passare sopra l’aulentissima rosa, sopra le espressioni latine innestate nell’italiano (allora ancora piuttosto usate), sopra le facili storpiature a scopo comico e il latinorum di don Abbondio, la lingua di Cicerone e di Curzio Rufo (nome degno di Harry Potter) proveniva da abbastanza lontano e restava sufficientemente altra dall’italiano, suonava così desueto ed esoterico da imporsi alla mia attenzione. Con un piccolo sforzo di immaginazione, poteva anche essere la lingua perduta degli elfi, no?

Poi venne il liceo, le interrogazioni alla lavagna, le versioni scritte, il pesante dizionario che non potevi nemmeno permetterti di scordarti sul muretto dietro la scuola perché era troppo ingombrante e – soprattutto – troppo costoso; venne l’ablativo assoluto, la perifrastica attiva e passiva, le mille regole erose da decine di eccezioni. Furono anni di passione, vissuti sempre in salita. Benché la grammatica, come tutti i sistemi normativi astratti, mi attirasse, le eccezioni mi frustravano all’inverosimile. Il latino si tramutò in una dura palestra per la mia memoria, dote di cui scarseggio. Nonostante questo, complice un certo agonismo (ho in mente due o tre nomi, oggi ingegneri e analisti finanziari affermati), riuscii a tagliare il traguardo del diploma con un otto abbondante. Voto che tuttora mi rende fiero, visto che non posso fare a meno di accostarlo al sonoro quattro e mezzo della prima versione di prima, con buona pace dell’insegnante del corso propedeutico che io e il farmacista frequentammo in terza media.

L’università dischiuse le porte di una specie di camera dei segreti. Lungo via Zamboni parlavamo tutti la stessa lingua (anche i giuristi della porta accanto, in fondo), e non eravamo continuamente distratti da equazioni matematiche, interrogazioni di inglese o partitelle di calcetto. L’approccio filologico cambiò per sempre la mia prospettiva sulla lingua, qualunque lingua: non più solo uno strumento (per lo più innato, e quindi inconsapevole), ma essa stessa un ecosistema da studiare, un bestiario che non possiamo fare a meno di rievocare, citandolo ogni volta che canticchiamo sotto la doccia o scriviamo un’email di lavoro. L’etimologia, coi significati che uscivano l’uno dall’altro come da tante scatole cinesi, annullava il tempo nello spazio di una sola riga di dizionario; d’intesa con la linguistica comparativa stabiliva parentele sorprendenti, evocava decide di lingue scomparse e le rappresentava come le ramificazioni di un fiume che incappa in un terreno paludoso, quasi carsico. La scoperta dell’esistenza dell’indoeuropeo fu un terremoto: benché solo ipotizzata, questa antica lingua madre spostò il baricentro dell’occidente verso sud-est. Metà delle lingue del mondo venivano dallo stesso luogo, e noi che le parliamo insieme esse, quasi più portati da esse che suoi portatori.

Ristudiai la grammatica latina da capo, prestando più attenzione alle motivazioni storiche o psicolinguistiche delle regole più difficili da memorizzare, cercando di fare mia (scusate il latinismo) la forma mentis che sta dietro il latino, il sistema di pensiero che lo ha sostenuto per secoli, apprezzando il sensibile contributo che (come promesso) sembrava dare al mio modo di ragionare (e che tuttora trovo difficile da spiegare). L’esame scritto andò bene; ma distratto da altre faccende tenni gli orali per ultimi, gli ultimi due esami della mia carriera universitaria: il mostro finale, la bestia a due teste che brutta non era e che parlava la lingua degli elfi, ma che non per questo mi avrebbe lasciato passare senza combattere. All’ultimo esame, l’assistente mi aprì davanti la Germania di Tacito e mise un foglio sul testo italiano a fronte. Definì la mia traduzione eccellente e iniziò a farmi domande di storia della letteratura. Era tutta un sorriso (nella testa doveva ancora risuonarle la prosa ardita di Tacito) e io ero provato dal corpo a corpo con Tacito, e sudato (era luglio). Dovetti disilluderla: avevo inteso (erroneamente, come avevo scoperto in anticamera) che le due parti d’esame (grammatica e letteratura) potessero essere scisse in due interrogazioni e glielo feci presente, dicendomi disposto a tornare. Ma l’assistente continuò a sorridere e continuò con le domande, costringendomi a una penosa arrampicata libera su specchio. Alla fine scrollò le spalle (fanculo i neoteroi e l’età ciceroniana, sembrò voler dire): Tacito mi aveva salvato. Scrisse ventinove su un ritaglio di carta e mi spedì dal cattedratico, il quale mi sbirciò appena da sopra gli occhiali. Poi, accingendosi a firmare il libretto, notò che era pieno zeppo di voti e di firme e si mise a contare. “Vada via”, disse alla fine. “E’ libero”.

Quell’esame fu come un fidanzamento. Amavo il latino e il latino (finalmente) ricambiava il mio amore. Ma la guerra incombeva. C’era la tesi in sociologia della letteratura da completare: su testi recentissimi, sui quali non era ancora stato scritto quasi nulla, romanzi stile libero imbastarditi dalla lingua della pubblicità, della tecnologia e dei cartoni animati, col gusto pulp dei film di Tarantino e il superbo incedere anacolutico di Aldo Nove e Paolo Nori. E poi c’era da studiare l’inglese e non importava che lavorassi già da cinque anni: c’era da trovare un lavoro, un lavoro serio. Senza dimenticare l’antica promessa di promozione sociale del liceo: evidentemente dovevo darle una mano. Fu come salutarsi sotto la pensilina di una stazione, col convoglio militare già in movimento. Io che parto per il fronte e il latino che resta, agonizzante, sul binario.